Conclusioni
In relazione alle domande formulate nella fase di progettazione della ricerca allo stato attuale delle indagini possiamo cominciare a dare alcune prime parziali risposte. Anzitutto, il livello attuale di
dettaglio delle immagini da satellite ad alta risoluzione consente effettivamente di osservare tracce pertinenti ad oggetti archeologici sia in superficie sia sepolti. A questo dato dobbiamo però aggiungere
che, se l’analisi delle immagini Ikonos-2 non avesse potuto contare sulla costante disponibilità di confronto con le fotografie aeree, sarebbe risultata densa di fraintendimenti e quindi di errori
interpretativi. Se il problema sembra essere in via di risoluzione con l’introduzione dei dati Quickbird-2, l’impiego di algoritmi di ricampionamento dei dati (pan-sharpened) ci impongono di avanzare
con estrema prudenza, evitando interpretazioni frettolose e superficiali, possibilmente verificando in modo sistematico le anomalie con sopralluoghi mirati. Le tipologie di siti archeologici identificabili sono in stretta
relazione con la risoluzione geometrica del sensore e le caratteristiche culturali del contesto indagato. Nel complesso abbiamo visto che le tracce riconosciute sulle immagini Ikonos-2 sono riconducibili ad una
forbice piuttosto ampia e differenziata che comprende gran parte delle evidenze tradizionalmente osservabili tramite la fotografia aerea.
Le relazioni ed i possibili benefici che possono derivare dall’integrazione tra dato da satellite e fotografia aerea costituiscono un argomento complesso e articolato. In questa sede ci limitiamo ad
osservare due tendenze che sono emerse nel corso dello studio dei dati Ikonos-2. Nella discussione dell’anomalia individuata in località Montegemoli ed in altri casi abbiamo constatato che la
traccia risulta visibile solo sulle immagini da satellite e non sulle prese aeree storiche o recenti. Un secondo fenomeno emerso dalle indagini riguarda l’analisi multitemporale delle tracce. Anomalie ben
visibili nei voli storici spesso non sono più distinguibili nelle prese recenti, con riferimento ai voli della Regione Toscana del 1994 e al volo AIMA del 1996. Nonostante i problemi discussi relativi alla risoluzione
delle immagini da satellite, molte delle tracce non più visibili nelle riprese aeree dell’ultimo decennio, sono invece ancora percepibili, sebbene talvolta solo parzialmente, nei dati multispettrali.
Questo fenomeno può essere dovuto a svariati motivi, tra cui i fattori ambientali connessi al periodo in cui sono avvenute le riprese, al regime idrico stagionale, alle condizioni di illuminazione, all’
uso del suolo, ecc. Vi è però un’altra possibilità che non possiamo non considerare. Come era prevedibile nel corso delle indagini, le quattro bande dell’immagine
multispettrale non sono tutte risultate utili allo stesso modo. Sulla base delle trasformazioni eseguite e quindi dei canali coinvolti risulta che la banda 2 (verde) ma soprattutto 3 (rossa) e 4 (vicino infrarosso)
offrono maggiori potenzialità per l’identificazione di oggetti archeologici. La banda blu soffre dell’interazione con l’atmosfera che genera un’attenuazione del contrasto
e la perdita di risoluzione. Le bande 3 e 4 sono molto meno sensibili ai disturbi atmosferici e permettono una buona definizione delle tracce. In particolare abbiamo avuto modo di osservare in più
occasioni che la banda vicino infrarosso, particolarmente sensibile allo stato di salute delle piante, consente di osservare fenomeni di stress della vegetazione non visibili (o visibili in modo quasi impercettibile)
nelle altre bande. Ciò significa che la banda del vicino infrarosso, in alcuni casi, consente di rilevare anomalie non visibili ad occhio nudo. In relazione alle anomalie non visibili da foto aerea in tutti i casi
da noi analizzati le tracce sono visibili nell’immagine Ikonos-2 solo sulla banda 4 o su bande fittizie generate da trasformazioni in cui la banda 4 svolge un ruolo determinante (NDVI e analisi delle
componenti principali). Consapevoli della necessità di ulteriori studi non intendiamo in nessun modo giungere a conclusioni affrettate. Se però questa tendenza sarà confermata oltre
all’identificazione dei siti archeologici, le immagini da satellite potrebbero svolgere un ruolo significativo anche nel monitoraggio del patrimonio archeologico.
Sulla base dell’esperienza condotta riteniamo che i motivi di maggiore interesse verso le immagini da satellite ad alta risoluzione debbano essere riconosciuti nelle caratteristiche multispettrali dei
dati, nella presenza del canale infrarosso e nella possibilità offerta all’utente di pianificare il momento di acquisizione. Se i progressi nella comprensione delle potenzialità delle caratteristiche
multispettrali e delle proprietà diagnostiche del canale vicino infrarosso dipendono direttamente dall’intensificazione di ricerche specifiche, la possibilità di accedere ai dati sulla base delle
esigenze archeologiche deriva esclusivamente dall’implementazione dell’industria aerospaziale. A tale proposito le prospettive sembrano essere molto promettenti. Il successo registrato da Space
Imaging e DigitalGlobe, l’incremento generale dell’interesse verso le applicazioni di Remote Sensing, la crescente richiesta di immagini del territorio per l’aggiornamento dei sistemi
GIS e la volontà di indipendenza dal mercato americano hanno spinto numerose agenzie spaziali e società commerciali a sviluppare propri progetti di piattaforme satellitari per rilevamenti di dettaglio
del territorio (si veda il sito internet: http://192.167.112.135/NewPages/REMOTESENS/REMOTE.html).