Indagini geofisiche estensive
Se la restituzione cartografica di tutte le evidenze riscontrate da satellite, nel corso delle ricognizioni aeree e dalle riprese aerofotogrammetriche consentono di comporre un mosaico articolato
in grado di arricchire notevolmente il record archeologico, le stesse non sono sistematicamente in grado di fornire nuove informazioni rispetto al totale della popolazione dei siti archeologici noti.
I numerosi progetti di ricognizione archeologica di superficie in cui è impegnata l’Area di Archeologia Medievale (alcuni dei quali coordinati dallo stesso LAP&T) hanno interessato
in modo sistematico più di 1500 Km2 di superficie, individuando circa 9000 aree di reperti in superficie. Una grave lacuna nel processo di ricomposizione del palinsesto informativo è
costituito dalla mancanza di corrispondenza sistematica tra dato telerilevato e indagine sul terreno. Accade spesso infatti che le emergenze rinvenute nel corso delle ricognizioni sul campo e caratterizzate
da estesi spargimenti di ceramiche e materiali edilizi non sono rintracciabili sulle immagini da satellite, sulle prese verticali o nel corso delle ricognizioni aree. Meno diffuso ma altrettanto problematico è
il fenomeno inverso, ovvero le tracce visibili da dati telerilevati non corrispondono in superficie alla presenza di materiali archeologici o solo in misura molto ridotta rispetto a quanto sarebbe lecito attendersi.
Questa circostanza, se da un lato consente un aumento quantitativo delle evidenze, dall’altro rappresenta un limite nel processo conoscitivo dell’evidenza archeologica, una frattura
sostanziale rispetto ai nostri obiettivi. La possibilità di associare a spargimenti di materiali ceramici una sorta di “radiografia” più o meno articolata del sottosuolo r
appresenta sia per la conoscenza del sito sia per la tutela dello stesso un elemento significativo. I metodi della geofisica applicata sono perfettamente in grado di soddisfare questa esigenza.